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101 anni di fratel Arturo Paoli

Aggiornato

arturo paoli 101 anni

30 novembre 2013
fr. Arturo
completa 101 anni di vita.


Ci accorgiamo che
abbiamo innalzato templi,
organizzato cerimonie e liturgie
per celebrare la persona di Gesù,
per stabilire attraverso tanti concilii “chi è Gesù”.


“Figlio di Dio,
uguale al Padre,
seconda persona della santissima Trinità,
degno di essere adorato,
annunziato,
predicato”.


Tutto questo è vero,
ma
dobbiamo farci un’altra domanda:


veramente Gesù è riuscito a infondere
nel mondo,
nella storia,
nel cammino dell’uomo
l’essenziale che voleva trasmettere a tutta l’umanità?

Fr. Arturo Paoli (Lug.-Ago. 2013 – oreundici.org)


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Arturo Paoli, 101 anni, Dialogo della Liberazione, La pazienza del nulla, Perez Esquivel, Lucca, Toscana, Luigi Accattoli, America Latina, Brasile, Charles de Foucauld, Antonio Torrini, poveri, gay, omosessuali, potenti, teologia della liberazione, Italo Castellani, piccolo fratello, 30 novembre 1912, Giusto tra le Nazioni, Yad Vashem, yadvashem.org, panorama, deserto, Pieve Santo Stefano,

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Auguri, Arturo Paoli.

Arturo Paoli

Oggi


100 anni


Buon Compleanno


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Arturo Paoli


il piccolo fratello di Charles de Foucauld


Arturo Paoli – Biografia
http://www.oreundici.org/arturo_paoli/biografia_arturo_paoli.shtml


Alcuni testi di Arturo Paoli
http://www.giovaniemissione.it/pacennmani/pnmpaoli.htm


Veglia di preghiera per i 100 anni di Fratel Arturo Paoli
http://www.luccaindiretta.it/dalla-citta/item/2757-veglia-di-preghiera-per-i-100-anni-di-fratel-arturo-paoli.html


“La pazienza del nulla” di Arturo Paoli


Incompiutezza – precedenti su Arturo Paoli
https://incompiutezza.wordpress.com/tag/arturo-paoli/


Don Arturo Paoli, 100 anni molto scomodi
di Maurizio Chierici
in “il Fatto Quotidiano” del 30 novembre 2012
http://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/Stampa201211/121130chierici.pdf


Il Vangelo secondo fratel Arturo
di Massimiliano Castellani
in “Avvenire” del 29 novembre 2012
http://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/Stampa201211/121129castellani.pdf


Arturo Paoli, cent’anni di passione per l’altro
http://www.toscanaoggi.it/Cultura-Societa/Arturo-Paoli-cent-anni-di-passione-per-l-altro


Arturo Paoli: l’amico di Dio e dei poveri
http://www.toscanaoggi.it/Rubriche/Storie/ARTURO-PAOLI-l-amico-di-Dio-e-dei-poveri


Fratel Arturo Paoli, gli auguri del Nobel Perez Esquivel
http://www.luccaindiretta.it/dalla-citta/item/2795-fratel-arturo-paoli-gli-auguri-del-nobel-perez-esquivel.html


Arturo Paoli, mistico della liberazione – Rainews
http://confini.blog.rainews24.it/2012/07/19/arturo-paoli-mistico-della-liberazione/


Arturo Paoli amico dei poveri (Luigi Accattoli)
Intervista pubblica al prete di Lucca che è vissuto cinquant’anni in America Latina
http://www.luigiaccattoli.it/blog/?page_id=92


I cento anni di Arturo Paoli il prete che non ama i potenti
http://iltirreno.gelocal.it/regione/2012/11/11/news/i-cento-anni-di-arturo-paoli-il-prete-che-non-ama-i-potenti-1.6014922


Arturo Paoli, il prete scomodo: “Gli ultimi sono già i primi”
http://cultura.panorama.it/arte-idee/Arturo-Paoli-prete-scomodo-Gli-ultimi-sono-gia-i-primi


“La diversità” – La ricchezza di scoprirsi diversi, la ricchezza di scoprire l’altro un diverso da me.
di fr. Arturo Paoli
http://viottoli.ubivis.org/fedeomosessualita/documenti/appunti107.html


Gli atteggiamenti di Gesù
di fr. Arturo Paoli
http://viottoli.ubivis.org/fedeomosessualita/documenti/appunti106.html


Ecco i 387 giusti italiani che salvarono gli ebrei
Il Blog di Luigi Accattoli
http://www.luigiaccattoli.it/blog/?page_id=393


Yad Vashem – Elenco dei Giusti tra le Nazioni tra gli Italiani
http://www1.yadvashem.org/yv/en/righteous/pdf/virtial_wall/italy.pdf


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100 anni di fr. Arturo Paoli

Fratel Arturo Paoli (ph. Davide Dutto)

100 anni di Arturo Paoli. Una lunga storia vissuta in prima linea

di Slivia Pettiti
in “Rocca” n. 21 del 1 novembre 2012


Molti l’hanno sentito nominare per quel suo libro «Un incontro difficile» che suscitò tanti consensi e
discussioni. Egli tratteggia un «tipo» di cristiano completamente al di fuori di certi schemi convenzionali ma finalmente vivo, sensibile al proprio tempo, capace di coglierne i segni.


Ci incuriosiva conoscere questo «piccolo fratello del Vangelo» che ci ha rivelato un cristianesimo così ricco e vitale… e siamo andati a fargli alcune domande.


Questo «catenaccio» introdusse il primo articolo che Rocca dedicò ad Arturo Paoli.
Fu un’intervista realizzata da Vittorio Messori nell’estate del 1967,
esattamente quarantacinque anni fa.


Da allora la serie di articoli firmati da Arturo Paoli per Rocca è ininterrotta e prosegue ancora.


Non c’è «storia editoriale» più lunga e fedele di questa nella vita di Arturo, e forse anche in quella di Rocca; ad essa corrisponde una storia di amicizia, come in tutte le cose che riguardano questo piccolo fratello che a novembre compirà cento anni.


«Se il Signore mi chiedesse:
preferisci continuare a vivere ancora o morire adesso, gli risponderei: Amico mio, fai tu, decidi tu!»

risponde Arturo a quanti si compiacciono per il traguardo ormai prossimo, al quale si avvicina con grande serenità, grato a tutte le persone che rendono gioiosa la quotidiana esperienza del limite e della dipendenza dall’altro, nel quale lui riconosce sempre la presenza dell’Amico.


«Il segreto per invecchiare bene è liberarsi dai pesi del passato, non portarsi appresso fardelli che legano a quel che è stato, abbandonare tutto nelle mani di Dio Padre. Jamais en arrière è il motto di Charles de Foucauld, che noi piccoli fratelli cerchiamo di applicare nella nostra vita e, per la mia esperienza, posso dire che è un insegnamento perfetto»

ripete Paoli a coloro che si stupiscono per il suo vigore e gliene domandano ragione.


«Personalmente ho ricevuto un insegnamento esemplare anche da mia madre: dimenticare il proprio corpo, non prestare attenzione alle piccole magagne che inesorabilmente si presentano. Certo io sono stato fortunato, ho sempre avuto buona salute, ma devo ringraziare mia madre per quell’insegnamento di disattenzione verso il dolore fisico e di premura verso i bisogni degli altri».

Quel primo articolo del 1967 era ispirato al libro Un incontro difficile
(Gribaudi 1966, poi riedito da Cittadella nel 2003),
che Paoli compose in Argentina tra i boscaioli di Fortín Olmos, dove visse per una decina di anni e dove scrisse alcuni dei libri più importanti della sua lunga e feconda vita.


Tra gli altri Dialogo della liberazione (Morcelliana 1969),
primo germe di quel movimento cristiano che darà vita alla teologia della liberazione,
libro oggi riproposto dalle edizioni Nino Aragno come classico del pensiero religioso contemporaneo.
Un omaggio ai cento anni di Paoli, una restituzione di merito rispetto alla storia della teologia della liberazione,
ma soprattutto un contributo attuale per «liberare» la storia umana – religiosa, politica, sociale, economica – dai lacci che la stringono, a partire dal progetto di vita proposto da Gesù nel Vangelo.
«Gesù è venuto per liberare le relazioni umane e costruire il Regno di Dio. È vero che il progetto della Chiesa che mi sono sentito ripetere tante volte, è `fatti santo’, ma il progetto di Gesù è ben più universale e concreto: ‘portate nel mondo la pace, la giustizia, la fraternità’ che sono la sintesi dell’amore, che è alterità fino al dono di se stessi, di cui ci ha dato l’esempio il Cristo»

scrive Paoli nell’introduzione alla ristampa del Dialogo.
Ristampa che è anch’essa frutto di amicizia, di quella rete di relazioni che nascono spontanee attorno ad Arturo e che grazie a lui trovano nuove ragioni di impegno e di speranza.

chi è il santo

«Fatti santo»: in quel primo articolo su Rocca, Vittorio Messori interrogava Arturo proprio sulla
santità:

«Il test della santità vera è la contemplazione infusa. Ora la contemplazione si esplicita in una visione profonda, intima, saporosa di Dio e delle cose di Dio.


È una saggezza che aiuta a vedere le cose, gli avvenimenti della storia, i veri valori della vita nella loro giusta luce»

rispondeva Paoli.

«Vede, io penso che il Concilio ha fatto il progetto della Chiesa come deve essere, come deve porsi nel mondo di oggi.
Ora aspettiamo i santi che di fatto realizzeranno questa nuova forma di essere della Chiesa nel mondo.
Niente paura, dopo il Concilio ci saranno delle eresie, dopo ogni Concilio ci sono delle eresie, ma si ha anche l’epoca dei santi e dei grandi momenti spirituali».


E allora c’è da domandarsi se quella di oggi, a cinquant’anni dall’evento conciliare, sia un’epoca di eresie o di grandi momenti spirituali.
La risposta di Arturo Paoli è nel messaggio che ha inviato all’Assemblea convocata il 14 settembre scorso a Roma da Noi siamo chiesa per celebrare e rilanciare il Concilio.

«Noi ci troviamo di fronte a una cosiddetta civiltà cristiana frantumata, diventata sterile per i più. Bisogna essere assoluti e pensare che il cristianesimo non è legge astratta ma è incarnazione della giustizia, della pace, della concordia tra gli uomini. […] Queste idee le ho vissute incarnate in America Latina. Avete mai pensato a quello che diceva il nostro compianto Balducci, che noi siamo la terra del tramonto e che dobbiamo valorizzare continenti come l’America Latina e l’Africa? […] Non potremo mai sperare una primavera della fede se non partendo dal concetto dell’incarnazione. Non dimentichiamo mai che il primo teologo della liberazione è stato Gesù che non ci ha lasciato teorie ma pratiche concrete».

L’occidente cristiano, dunque, è per Paoli terra bruciata dalle idolatrie più ancora che dalle eresie, mentre le terre africane e sudamericane sono state capaci di incarnare una forma nuova di Chiesa, attraverso le comunità di base e la scelta dei poveri, fino a quando non sono state estirpate dalla paura occidentale che la teologia della liberazione si confondesse con il marxismo.

le ambiguità delle istituzioni
Le ambiguità presenti nelle istituzioni ecclesiali sono da sempre oggetto di denuncia da parte di Arturo:

«Le istituzioni ecclesiali sono dissociate dai gruppi che fanno la storia e portano avanti la freccia: i poveri, i giovani, gli operai, gli investigatori. Cioè i gruppi profetici che […] comprendono il tempo e lo portano avanti. Le istituzioni ecclesiali hanno amicizie con gruppi di potere; e i gruppi di potere contagiano le istituzioni ecclesiali della loro lebbra, cioè il contare sul denaro, sulla protezione politica, sulla sola capacità organizzativa; tutte le efficienze apparenti sotto cui si nasconde una profonda frustrazione»


aveva scritto più di quarant’anni fa nelle pagine del Dialogo della liberazione. Ma quella di oggi «è
la peggiore epoca storica di tutta la mia lunga vita»

dice Arturo con sofferenza e preoccupazione.


«Non c’è mai stata un’epoca così buia, così vuota di progetti e di valori. L’ho detto anche all’intervista della Rai, non so se la trasmetteranno, ma io ne sono convinto. La fine delle ideologie, la fine dei partiti ha lasciato un vuoto totale nella politica, che è diventata farsi gli affari propri, approfittare del potere per arricchirsi, servire il denaro e ignorare i bisogni dell’uomo».


Ecco allora che nel suo ultimo personale sforzo editoriale
(La rinascita dell’Italia, Edizioni Pacini Fazzi 2011),
nei discorsi pubblici che tiene a Lucca, negli incontri informali con gli ospiti della Casa Beato Charles de Foucauld in cui vive,
Arturo Paoli cerca di colmare il divario con i «gruppi che fanno la storia»,
in particolare con i giovani, restituendo loro la fiducia nel futuro:

«Gli adulti di oggi danno un esempio negativo ai giovani, cominciando dal vertice dei responsabili politici. Per amore di potere o di pecunia si sono tutti piegati a sostenere come Presidente un ricco incompetente di politica, egocentrico, superficiale, che è riuscito a captare la simpatia con le sue oscenità che oscurano il bel Paese che fu già la patria degli Spiriti Magni e mostrano che il potere può dominare la giustizia facendola apparire una complicazione inutile, un freno alla libertà di gestire la vita come vogliamo»,

ha scritto Arturo nel «Messaggio ai giovani» con cui chiude il libro La rinascita dell’Italia.


E anche se umilmente afferma

«oggi non saprei come cominciare per ritrovare un nuovo rapporto dei giovani con la fede»,

così prosegue:

«Vorrei che la gioventù si sentisse amata perché solo così potrebbe trovare il coraggio di imporsi al mondo adulto, incapace di un avvenire positivo per la nostra Patria. (…) Coraggio giovani, il prossimo futuro si offrirà a voi, solo a voi.
La generazione adulta scomparirà presto perché il futuro è solamente di chi crede e spera fortemente nella vita che rinasce nel tempo».

credere nella vita che rinasce

Certo, chi incontra e conosce Arturo Paoli si persuade che pochi come lui credono e sperano fortemente nella vita che rinasce nel tempo, pur ora che l’anagrafe sta per dichiararlo centenario.


«Nessuno è in grado di costruire la propria vita come vorrebbe ed è bene che non ci sia concesso un progetto preventivo, sbaglieremmo tutto. Avevo solo chiaro l’ideale di amare i giovani soddisfacendo le loro attese. Cercavo di capire con loro che cosa ci richiedevano gli eventi»,

dice di se stesso, riassumendo quell’idea di amicizia autentica, radicata nella storia e nel tempo, che ha sempre predicato e praticato.


I frutti continuano a crescere in quel continente sudamericano dove Arturo ha speso quasi la metà della sua vita: in Argentina un gruppo di uomini e donne quasi anziani, che vissero gli anni della giovinezza nelle comunità allargate dei piccoli fratelli, stanno organizzando una giornata di festa per i cento anni di Arturo; in Brasile, a Foz do Iguaçu, i giovani di Madre Terra cercano ogni giorno di mettere in pratica quell’ideale di amicizia e di collaborazione che Arturo ha insegnato loro e che l’associazione Ore undici cerca di proseguire; nella favela Morenita, sempre a Foz, donne e bambini vengono accolti e curati grazie al lavoro iniziato da Arturo e proseguito dal gruppo italo-brasiliano di «Afa».
E a Lucca, nella casa di San Martino in Vignale dove Arturo vive, capita con frequenza e al contempo con stupore che, sulle sue tracce, si riannodino fili di amicizie antiche, riaffiorino storie perdute nel tempo, sorgano nuove e inaspettate relazioni attorno a un tavolo che spesso viene apparecchiato lasciando un posto vuoto, «per l’amico che deve arrivare».
___________________________
Silvia Pettiti: Arturo Paoli «Ne valeva la pena», Edizioni San Paolo 2010, pp. 252 € 16.00.
http://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/Stampa201211/121110petitti.pdf

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Arturo Paoli, Lucca, Concilio Vaticano II, Carlo Molari, Mario De Maio, Foz do Iguaçu, Francesco Comina, Ettore Masina, finesettimana.org, Oreundici, Charles De Foucauld, piccolo fratello,

fr. Arturo 100 anni e Ettore Masina

fr. Arturo Paoli


Omaggio al centenario Arturo Paoli

di Ettore Masina
in “Lettera” n. 155 dell’ottobre 2012


Man mano che la vecchiaia mi grava addosso
e vedo crescere intorno a me la tenerezza dei miei figli,
torno col pensiero al mito di Anchise, il padre che Enea si porta sulle spalle
mentre cammina verso un nuovo destino.
Ma questa volta il mito non mi sorregge perché devo parlare di una persona che ha sedici anni più di me.


A osservarla mentre se ne sta in silenzio,
quella persona sembra un vecchietto lindo e sorridente, un po’ curvo (ma certo non tanto se si pensa che è nato nel 1912), con una bella chioma bianca: immagine rassicurante, di buon nonno, persino somigliante a quella di certi spot pubblicitari;
ma quando il vecchio Arturo Paoli viene invitato a parlare, allora sembra rivestire il mantello del profeta Eliseo e la sua voce grida un vangelo inquietante.


La voce di Arturo Paoli, come ben sanno i suoi ascoltatori,
è innanzi tutto un miracolo fisiologico:
viene da polmoni giovanissimi che le consentono di dispiegarsi in chiese e in aule di convegni tanto
da far vibrare le fibre dei tavoli e i vetri delle finestre.


Mi ha detto una volta uno pneumologo:
“Quest’uomo respira Spirito Santo”.
Le parole che questa voce ci rivolge non sono mai aspre né minacciose,
improntate, invece, a tenerezza per noi,
ma severe nei confronti delle nostre coscienze e dei costumi e istituzioni dietro le quali cerchiamo di nasconderci.


Le parole che Arturo grida o scrive, o canta all’alba,
come ben sa chi lo ospita,
più che indicarci i nostri infantili peccati personali ci additano l’enorme, genocida peccato collettivo, la arrogante risposta corale degli innamorati del potere – e di noi troppo spesso loro pavidi servi – alla domanda del Creatore: “dov’è Abele?”
“E chi lo sa? Siamo forse i custodi dei nostri fratelli?” rispondono e rispondiamo.
“Sì, grida il Signore con la voce di Arturo: sì, per questo vi ho creato: perché vi prendiate cura l’un l’altro di voi”.
Il vecchio amatore di filosofi è ormai convinto che “metafisica” e “trascendenza” siano parole che acquistano senso soltanto quando nascono dal coraggio di affrontare gli occhi di chi soffre.


Dietro questa convinzione e testimonianza di Paoli c’è ovviamente la sua esperienza storica.
Egli ha il grande privilegio della lucidità senile: la quale diventa straordinario aiuto a quanti sanno che la memoria del passato è lezione preziosa per il futuro.


Il nostro amico (e maestro)


era bambino mentre in Messico e a San Pietroburgo sventolavano le prime bandiere delle rivoluzioni popolari;


imparava a leggere e scrivere mentre in Italia venivano incisi nei marmi delle lapidi menzognere i nomi di centinaia di migliaia di poverissimi analfabeti, gettati nella fornace della prima guerra mondiale, e i reduci tornavano piagati e piegati dall’amarezza di una giovinezza perduta.


Era un ragazzo quando vedeva le piazze della sua Lucca segnate dalla violenza fascista;


entrava in ginnasio mentre Mussolini liquidava con ferocia la democrazia parlamentare;


era un prete di 32 anni quando la crudelissima persecuzione degli ebrei lo spinse a rischiare la vita per salvare le vittime dell’odio di Stato e, quando, pochi mesi più tardi, si alzarono nel cielo i funghi velenosi dell’apocalisse atomica: e Auschwitz, Colima e Hiroshima diedero nome alle supreme barbarie di un secolo.


Più tardi avrebbe assistito in America Latina a orrendi regimi militari e resistenze eroiche, a spaventosi eccidi, al martirio degli empobrecidos;
avrebbe ascoltato le spaventose notizie che filtravano dalle camere della tortura,
e visto crescere un nuovo classismo (capitalista),
una nuova lotta di classe con la quale un’oligarchia della quale facciamo parte, più o meno volontariamente, anche noi, riduce all’insignificanza interi popoli – e alla fame.


La strada sui cui Arturo cammina da tanti anni è fiancheggiata dai ruderi di molte ideologie, speranze, illusioni, civiltà, filosofie, piccoli Mozart (per dirla con Saint-Exupéry) assassinati dalla miseria.


Sulla stessa strada ha camminato la Chiesa,
la “sua” Chiesa:
quella che egli enormemente ama
ma della quale conosce il dramma di essere semper casta et meretrix, come la definivano gli antichi Padri:
congregata intorno al Crocifisso risorto e però popolata da uomini quasi sempre, quasi tutti, infedeli per viltà e per egoismo.


Molte di queste infedeltà hanno segnato anche le spalle di Arturo, e un po’ anche quelle di chi ha
vissuto una parte della sua storia.


Ricordo con dolore gli anni fra il 1948 e il 1958.


Ero nel Consiglio diocesano della Gioventù italiana di Azione cattolica di Milano,
gruppo ribelle, di quando in quando, agli ukase che giungevano dalla Roma vaticana.


Rifiutavamo di entrare nel “grande” partito anticomunista nel quale Luigi Gedda,
con il compiacimento di Pio XII e della Confindustria,
avrebbe voluto fondere le “truppe” cattoliche, i fascisti, le forze padronali, le massonerie militari e via dicendo, per una guerra di religione.


Ci capitava, per incoraggiarci nei momenti più bui,
di fare un censimento dei nostri “protettori” romani:
elencavamo monsignor Montini,
monsignor Dell’Acqua,
Carlo Carretto (più tardi Mario Rossi),
don Arturo Paoli…


Tranne Dell’Acqua, tutti gli altri furono esautorati e dispersi nei “giorni dell’onnipotenza”, gli ultimi tempi pacelliani.
Perdemmo allora (io persi) notizie di Arturo,
poi seppi che si era imbarcato sulle navi che trasportavano i nostri emigranti nella soccorrevole Argentina di Peròn.


Poi che si era fatto Piccolo Fratello.
Poi egli disparve nuovamente (o mi sembrò) nel tragico panorama dell’America Latina: villas-miserias, poblaciones, favelas, cantegriles.


Il Cristo che vi raggiunse era esigente, imponeva conversioni;
ma era anche un Risorto fraterno, talvolta festoso.


Ricordo l’emozione con il quale ricevemmo durante il Concilio una lettera inviata da lui a Mario Rossi:
ci chiedeva di essere attenti a che l’assemblea di tutti i vescovi della Terra non diventasse un momento “giacobino”,
cioè il tentativo di riformare soltanto intellettualmente la Chiesa, senza imprimerle il segno e il linguaggio dei poveri nei quali il Cristo si è identificato.


Per questo il vecchio indomito di quando in quando torna e ritorna fra noi,
lasciando le sue nuove patrie.


Viene come un messaggero.
Ci porta il vangelo non più glossato dai seriosi teologi nelle celle dei conventi o nelle aule delle università ma restituito alla sua rischiosa purezza dall’esperienza dei poveri, dalla loro concretezza, dal loro ammaestramento così eloquente anche quando è silenzioso.


Ricordo un aneddoto raccontato una volta da Arturo.
Era da alcuni giorni in un poverissimo villaggio dell’America Latina quando gli arrivò un pacco di posta.
Vi trovò, fra l’altro, una notificazione della Congregazione vaticana per il culto divino nella quale si disponeva che per la consacrazione eucaristica si usassero soltanto calici rivestiti internamente d’oro o d’argento.
Rise, Arturo: “Avevamo appena celebrato la messa, come ci sembrava doveroso, nella capanna di una poverissima vedova;
e naturalmente come calice avevamo usato un bicchiere di vetro scheggiato.
Quella notificazione ci divertì grandemente.
Fu motivo di ricreazione, di elevazione…”.


Tornando e ritornando dalla Chiesa dei poveri,
ogni volta mi sembra che Arturo ci scruti, temendo che il sistema in cui siamo più o meno tranquillamente insediati ci rubi il cuore.


Da qualche anno ha incontrato il pensiero del grande filosofo Levinas (anche lui povero: profugo, straniero),
gli ha dedicato uno dei suoi numerosi libri e ne rilegge continuamente gli insegnamenti.


Dire, come Levinas, che dobbiamo darci in ostaggio al volto dell’altro, del fratello che soffre, gli sembra una versione dell’evangelo, riletta finalmente da un filosofo disposto a chinarsi sui dolori e le speranze dei poveri, né lo arresta il fatto che Levinas non fosse (o non si dicesse) cristiano.


Ma io credo che Arturo piuttosto che leggere libri preferisca intendere le voci della Terra:
il fragore delle cascate di Iguaçu, presso cui abita, che sembra l’immenso grido dell’America Latina ferita dall’ingiustizia e lo strillo gioioso del bambino che egli accarezza nella “sua” favela;
le canzoni dei giovani che vogliono la pace e il sussurro di chi gli affida i suoi problemi: è un salmo che lo accompagna e che lui, all’alba, canta mentre il sole ancora un volta sorride alle sue primavere…


Sette anni dopo
Ho scritto queste parole sette anni fa,
come prefazione al bel libro che Francesco Comina ha dedicato ad Arturo (Francesco Comina, Qui la meta è partire. In dialogo con Arturo Paoli, edizioni la meridiana, Molfetta 2005).


Sette anni per un quasi centenario sono tantissimi o, al contrario, poco più che un soffio?


Non so dare risposta a questo interrogativo, essendo troppo giovane o troppo vecchio nei confronti di questo pellegrino.
Lui non ci pensa, direi.
Apparentemente è cambiato ben poco.
Si è fatto un po’ più curvo, quasi volesse diminuire la distanza fra il suo orecchio e il suo cuore per sentire meglio il pulsare della storia nella quale è immerso;
la voce si è un po’ incrinata e il ruggito del profeta si è tramutato nel tono confidenziale del nonno che sa che lo ascoltano anche dei bambini, ma invece che favole racconta la storia dei poveri e delle loro lotte di liberazione.


È cambiato il contesto in cui questo pellegrino della Chiesa del Concilio continua la sua missione di
evangelizzatore.


Fratel Arturo
assiste oggi senza abbassare gli occhi alla tragica crisi di un capitalismo che ha smarrito ogni legittimità e si avvoltola nella violenza di chi considera gli uomini come astrazioni, cifre senza corpi, senza lacrime, senza speranze, senza diritti: e semina sacrifici e iniquità nascondendosi dietro il volto pulito dei professori che governano “senza fare politica”, sereni esperti di tecniche di governo che aggrediscono i poveri come se fossero loro (gli empobrecitos, i “dannati della Terra”) i colpevoli della devastazione del pianeta.


Lui, il primo a usare in teologia la parola “liberazione”, aveva previsto mezzo secolo fa questa tragedia apocalittica;
e l’andava profetando ai Personaggi del Fondo Monetario Internazionale e ai Potenti della Terra cui il Padre ha negato la rivelazione delle paci possibili.


Quante immagini,
quante parole di salvezza,
di perdono,
quanti racconti di odio,
di amore abitano oggi il cuore di questo vecchio
Ne percepiamo il respiro se appena ci avviciniamo a lui, o rileggiamo i suoi libri che gli editori continuano a ripubblicare come preziose indagini del nostro tempo.


Qualche tempo fa ha confidato che il motto segreto del suo lungo cammino è sempre stato “Non tradirsi e non tradire”.
A pensarci bene, è la decisione di ogni vero rivoluzionario, di una forza che la vecchiaia non può piegare.


(Ettore Masina)


Fonti:


http://www.ildialogo.org/ettoremasina/index.htm

http://www.namaste-ostiglia.it/2004/default.asp?id=4&ACT=5&content=928&mnu=4

http://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/Stampa201211/121108masina.pdf


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Arturo Paoli, Lucca, Concilio Vaticano II, Carlo Molari, Mario De Maio, Foz do Iguaçu, Francesco Comina, Ettore Masina, finesettimana.org, Oreundici, Charles De Foucauld, piccolo fratello,