Alessandro MANENTI

 

Come avviare all’ascolto di sé: un metodo e un esempio
Alessandro Manenti

Tredimensioni 2(2005) 303-316

Il raccontarsi dell’io e il riappropriarsi delle sue rappresentazioni interne

Alessandro Manenti

“INformazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria”, n° 40, maggio – agosto 2000, pagg. 36-49, Roma” http://www.in-psicoterapia.com/manenti.htm

Sessualità, relazione e piacere.

Da: http://www.stpauls.it/fa_oggi00/0012f_o/0012fo14.htm 

Ricomporre la trama spezzata

di Alessandro Manenti
(psicologo e psicoterapeuta)

Non solo istinto, né sola descrizione di comportamenti. L’educazione sessuale deve presentare anche la finalità di una relazione.
Senza escludere il piacere, che, come sentimento, supera la mera gratificazione.
Fa ormai parte della cultura popolare la nota tesi di Freud sull’ubiquità e plasticità del sesso: l’energia sessuale può servire da tramite per soddisfare una molteplicità di bisogni (ubiquità) e può essere messa in movimento da motivazioni del tutto diverse fra loro, comprese addirittura quelle che nulla hanno a che fare con il sesso (plasticità). Questo principio freudiano non va riduttivamente inteso nel senso che tutto si riduce a motivazione sessuale, come se il sesso fosse il motore che attiva ogni nostra ricerca e azione anche se a parole camuffate da dichiarazioni di intenti più nobili.
Il suo senso è, invece, che il sesso non è mai puro istinto ma contiene un progetto anche se non esplicitamente deciso dalla persona. A differenza degli altri animali, nessun essere umano, neanche il più depravato, può fare il sesso per il sesso. Nessuna azione umana è solo e semplicemente istintuale. Sempre veicola messaggi, valori, affetti, domande, pretese di valenza positiva o negativa. Anche l’atto più banalmente carnale contiene un messaggio dal tono: «Ti amo, ti odio, ti cerco, mi piaci, mi servi».
Pensiamo, ad esempio, a un corpo nudo e ai tanti significati che può veicolare. Quando sta a indicare una persona indifesa, suscita sentimenti di aiuto o di sopraffazione. Può indicare anche l’assenza di qualsiasi forma di travisamento o falsificazione e in questo caso è sinonimo di sincerità o ingenuità. Fa pensare all’essere sessuato che è capace di dare la vita e ciò suscita sentimenti di responsabilità o di paura. Indica anche un corpo fisico alla cui vista proviamo eccitamento o repulsione. Stesso oggetto, ma dalle valenze simboliche plurime.
Per quanto riguarda il rapporto sessuale, Friederich elenca ben nove diversi significati che esprimono bisogni e sentimenti non sessuali (1).
Secondo l’autrice si può ricercare una relazione sessuale come sollievo dall’ansietà e tensione: l’orgasmo e il successivo rilassamento fisico offrono un momento di sollievo. Per rimanere incinta e avere un figlio: significato maturo se espressione dell’amore reciproco dei partners; infantile se si usa la gravidanza per gratificare bisogni irrealistici (avere un oggetto tutto per sé) o per forzare il partner a prendere decisioni. Come prova di identità: l’esercizio sessuale conferma a lui che è maschio e a lei che è femmina; e così nasce nella donna il mito degli orgasmi ripetitivi e nell’uomo quello delle prestazioni plurime (tanto più faccio, più sono).
E, ancora, come fuga dal senso della propria futilità: puntare su una persona interessante, scommettere sul riuscire a farla capitolare, imporsi di affascinarla… Dà la sensazione di sentirsi competenti e grandi. Come difesa contro sentimenti omosessuali vagamente temuti e tacitati da prestazioni di segno opposto. Come fuga dalla solitudine e sofferenza: rifugio nei momenti di tristezza per ottenere affetto senza il lungo compito di costruire un legame emotivo. Come dimostrazione di potere su un’altra persona: la smania della conquista per dimostrare l’irresistibilità del proprio sex appeal. Come espressione di rabbia e distruzione: la moglie che punisce inconsciamente il marito che l’ha umiliata facendolo diventare impotente o il marito che tradisce la moglie per vendetta. E da ultimo, come mezzo per ottenere un amore infantile: un modo per ricreare il mondo fiabesco delle coccole e dei sogni.
È da notare che l’autrice parla di dinamiche normali e non patologiche. E così commenta: «Pur considerando che in genere la motivazione non è unica ma presente in forma mista, il rapporto sessuale può essere usato per esprimere qualsiasi sorta di conflitto individuale, di bisogno o di interesse, tranne che una relazione affettiva e piacevole tra due individui». Sulla stessa linea un altro sessuologo, Gelfman, afferma: «Forse una ragione della tanta popolarità di tecniche per un adeguato funzionamento sessuale è che, imparando come adattarsi a vicenda sessualmente, una coppia può evadere il compito fondamentale di una genuina relazione amorosa usando la gratificazione sessuale come forma di mutua indulgenza. Questa concessione reciproca può rimpiazzare il compito di costruire una relazione adulta sincera, dove i partners dovrebbero impegnarsi per favorire la loro felicità in modo schietto e reciprocamente donante» (2).
Sembra dunque corrispondere a verità che l’organo sessuale per eccellenza sia il cervello e il cuore. La sessualità (che cos’è e come usarla) va compresa nel quadro globale della intera persona: Chi sono? Cosa voglio esprimere? Cosa pretendo dalla vita? Cosa sono disposto a dare? Chi è il tu per me? Che posto sono disposto a riservargli nella mia vita e fino a quando? Che progetto intendo quando dico: «Ti voglio bene».
In termini più tecnici il legame sesso ed esistenza dice che l’esercizio maturo e piacevole della sessualità presuppone la capacità di «relazione oggettuale totale» che significa (3): avere un’immagine realista di sé (non posso chiedere agli altri di dirmi chi io sono né posso dare a loro il mio io se prima non so dirlo a me stesso); capacità di percepire e apprezzare il tu nella sua originale individualità e non come ripetizione o riproduzione più o meno corrispondente di persone significative del passato (a dispetto della nota canzone di Patti Pravo non si può «stare con lui pensando di stare ancora accanto a te»); in forza della previa decisione di donazione reciproca, darsi la forza di sopportare le reazioni ambivalenti (di odio-amore) che inevitabilmente l’intimità comporta (pena la crisi del rapporto o la caduta del desiderio sessuale, quando la cenetta a lume di candela finisce e subentra la quotidianità).

L’essere sessuato è capace di procreare e dunque di dare la vita. Suscita eccitamento o repulsione, voglia di coccole e di partecipazione. Cerca e crea legami dando inizio alle generazioni che si tramandano codici e valori intramontabili.

Miti da sfatare
Poiché il sesso richiama tutto l’io della persona, un buon adattamento sessuale non è il risultato della sola attivazione delle zone erogene di piacere ma è il tipo di relazione oggettuale a determinare le caratteristiche della vita affettiva e sessuale. È dunque illusorio pensare che sia l’esercizio della sessualità a far nascere l’amore. Non è il fatto di avere un sesso che rende capaci di amare, ma è l’impegno ad amare che rende capaci di usare il sesso.
Basta guardare i rotocalchi o i films per accorgerci che la capacità di rapporti sessuali o di raggiungere l’orgasmo non garantisce necessariamente la presenza di un alto sviluppo sessuale. L’orgasmo è presente sia nelle personalità psicotiche che in quelle mature, come l’inibizione è presente nelle personalità narcisiste, nelle nevrosi e nei disturbi della personalità. Ciò dice che è la psicodinamica intrapsichica e interpersonale, i tipi di difese, il grado di maturità affettiva a determinare le caratteristiche della vita sessuale. Non viceversa.
Un ragazzo di 25 anni non sa spiegarsi come mai non riesca a portare a termine nessun rapporto sessuale con la sua fidanzata: al momento della penetrazione cessa l’erezione. Questo fallimento esiste anche con altre ragazze, nonostante la presenza in lui del desiderio eterosessuale e la mancanza di basi organiche a questo disturbo. Parlando di questo problema, emerge che la sua “fidanzata” è in realtà una ragazza trovata in discoteca la settimana precedente, della quale non conosce il lavoro, gli interessi, le abitudini, ma solo un numero di telefono.
Inoltre, dichiara esplicitamente che non ha nessuna intenzione di impegnarsi con lei, dato che per ora esclude anche la convivenza e che, «semmai mi sposassi, non sceglierei senz’altro una donna che sta con il primo capitato». Questo ragazzo non sa spiegarsi la sua infelicità!
La curiosità per il di più
Dunque, i comportamenti vanno considerati in base alla mentalità di chi li adotta e ai plurimi messaggi che essi veicolano. L’educazione sessuale non può allora ridursi alla sola descrizione dei vari comportamenti sessuali, elencandoli in modo neutrale e relativista o tutt’al più secondo criteri di rischio, convenienza o sicurezza. In questo modo (spesso tacciato per scientifico) si relega indebitamente la questione del loro senso alla sfera dell’optional, lasciando il soggetto da solo nel compito determinante di individuare i criteri in base ai quali egli adotta quei comportamenti.
Con questo tipo di istruzione mutilata lo si aiuterà a evitare l’Aids, ma non a imparare una sessualità realizzante. Vivere il sesso con consapevolezza non significa solo sesso sicuro ma sesso curioso. È la curiosità per il di più, che nasce dal sospetto che ci sia dell’altro e dell’altro ancora.
Ciò che un oggetto (esperienza o fantasia sessuale) esprime è sempre di più di quello che un approccio immediato e sensitivo è in grado di raccogliere. La realtà sensibile rimanda sempre a qualcosa di non immediatamente percepibile, non catturabile. Il corpo è sempre di più del corpo. Il mondo del sesso possiede la capacità di suscitare evocazioni che invitano ad andare più in là.
È importante accorgersi che quell’atto non si ferma a ricercare ciò che immediatamente gli appartiene né è spiegabile solo in termini di sesso, ma lascia trasparire un anelito a pronunciare qualcosa che supera la genitalità. Il sesso non è spiegabile solo in termini di sesso: oltre che ricercare il suo oggetto specifico, lascia trasparire un indizio che chiede di fare il passaggio a un’operazione più elevata.
Si ha perciò vera libertà sessuale quando la persona vive la sessualità senza mortificare nessuna evocazione che essa contiene, quando non ne spegne la valenza simbolica. Lascia che i comportamenti sessuali parlino. Lascia loro la possibilità che si esprimano in una qualche rivelazione. Non li rende una “cosa”, ma scorge in essi dei rimandi verso le infinite forme di trascendenza. Quando non è così, parliamo di pornografia che, appunto, è tale perché non permette alla sessualità di agire come una realtà simbolica. Alla mancanza di curiosità la Kaplan attribuisce la moderna difficoltà sessuale della caduta del desiderio: mentre nel passato si diceva: «Ho voglia, ma non riesco», oggi si tende a dire: «Posso, ma non ne ho voglia» (4).
È la noia della prestazione svuotata di senso che, alla lunga, viene rifiutata fino a teorizzare l’elogio della castità: non per motivi ascetici, ma come rigetto di una sessualità inflazionata in favore di una scelta narcisista e solitaria (5).

L’impulso integrato
A questo punto scopro fino in fondo le mie carte. Con questi discorsi non intendo dire: «Attenzione, gente, il sesso vi brucia e vi si rivolterà contro!». Semmai vorrei dire: «Non fermatevi troppo presto a godere. Non accontentatevi del poco! Pretendete di più!». Propongo, cioè, un’ascesi che sia iniziazione al significato totale della sessualità, nel convincimento che il messaggio morale in merito (specialmente quello cristiano) non ha l’obiettivo di inibire e restringere, ma di garantire, sviluppare e innalzare.
Ritengo che nonostante la declamata libertà sessuale, oggi ci sia il pericolo di vivere la sessualità in modo abbastanza indigente perché non è sufficientemente rispettata la sua stessa componente fisiologica. Ritengo anche che questo analfabetismo sessuale sia un esito dell’emarginazione della prospettiva morale da questo settore: liberato dai cosiddetti tabù morali, il sesso si è velato, impoverito e la sua bellezza è scivolata via.
Se invece ricuperiamo la sua dimensione morale (quella, cioè, che lo preserva aperto a significati altri e superiori), ci accorgiamo che lo stesso impulso sessuale non è solo impulso, una quantità di energia scomposta, allo stato selvaggio, da correggere in seconda battuta con un’iniezione di razionalità e socializzazione. È, invece, una forza al servizio della qualità dell’io, veicolo di umanità, non perché domato o addomesticato ma per sua possibilità naturale. Se conduttore di qualità, piuttosto che da addomesticare è da integrare.
L’impulso diventa minaccia quando è attuato per sé stesso, usato in modo irriguardoso dell’umanità che può veicolare, staccato dagli altri elementi con i quali collabora per dare umanità all’io. Il linguaggio dell’amore mistico, al culmine di sé stesso, ricorre sovente a immagini dell’amore carnale e se quest’ultimo può prestargli le sue parole è perché ha già in sé germi di misticismo. Il merito della morale cristiana sul sesso è anche quello di farci uscire dall’equazione freudiana di eros = genitalità selvaggia, per ridare all’eros il suo significato di energia psichica per lo sviluppo della personalità (6). Siamo di nuovo ricondotti all’unità della persona: nel momento in cui ella desidera con il corpo, si orienta a un fine trans-corporale, e cercando qualcosa di immediato, mette in moto una ricerca che lo supera.
Se è così, sviluppo sessuale non significa passare da forme più semplici, sensoriali, immediate a quelle più razionali e logiche con la scomparsa delle prime, secondo il modello della crisalide che lascia il posto alla farfalla. Significa piuttosto capacità di usare tutti i canali espressivi della sessualità per dirigerli verso un fine che sia coerente e garantisca il pieno sviluppo dell’io.
“Onorare” la corporeità
Piccolo test di maturità sessuale: sappiamo elencare i 5 sensi di cui il corpo dispone per esprimersi? La patologia sessuale segnala l’incapacità di questa integrazione e finalità.
I bisogni più primitivi, le tendenze radicate nel corpo, le indicazioni dell’istinto non sono un “piccolo” che deve scomparire per lasciare il posto a un “grande” come se l’ambito fisiologico o quello emotivo debba essere eliminato per lasciare spazio allo spirituale. Questi “piccoli”, ben lungi dall’essere chiusi nella loro finitezza, si inseriscono nel processo più globale di ricerca di ciò che vale.
Lo psicologo Hendin descrive dettagliatamente i risultati drammatici dell’esperienza sessuale disintegrata (separata dall’affetto, sentimento, emozione o dall’impegno personale) (7). Il risultato, dice, è un senso di frammentazione della propria identità che porta a pensare la vita come un palcoscenico sul quale non si tratta che di giocare dei ruoli che cambiano col cambiare della scena. Ciò che importa non è la trama, ma la sensazione che la singola scena provoca. In questa logica dell’attimo fuggente, la vita diventa una serie di esperienze isolate. Ciò per dire che il contributo che la sessualità può arrecare all’arricchimento della vita personale diminuisce nella misura in cui viene isolata dagli altri bisogni, capacità e valori. In questo scenario dalla trama spezzata, capita così che si può aver provato tutto in fatto di sensazioni o di reazioni sessuali, ma essere pressoché analfabeti in fatto di sentimenti e affetti.
Si può essere presi da ciò che capita nel momento del suo accadere senza rendersi conto della portata di ciò che sta accadendo.
A questa povertà di sperimentazione sensibile, i valori morali e religiosi intendono porre rimedio.
Il Vangelo ci ricorda che nella ricerca di un serpente è già umilmente presente la richiesta di un pane e, finalmente trovato, solo adesso ci si accorge che già dall’inizio non si cercava un serpente ma, senza saperlo, un pane. D’altra parte, in psicologia esiste una legge che dice: nel livello più basso è annidato qualcosa che non è spiegabile soltanto in termini di esso, ma è un indizio che chiede alla psiche di fare il passaggio a un livello superiore. Questo indizio agisce nel livello inferiore senza violare le leggi che lo governano, ma è interessato a un avvenimento che è altro rispetto agli interessi di quel livello inferiore.
Dunque, sia per il Vangelo che per la psicologia ogni operazione non si ferma a ricercare ciò che le appartiene immediatamente, le è dovuto, ma lascia trasparire un indizio di ricerca di qualcosa di più eccellente. Certo, l’impulso sessuale non è ancora affettività né progetto, tuttavia la invoca. Ad esempio: l’eccitamento orgasmico e la passione sentimentale sono due componenti della stessa esperienza sessuale, ma appartenenti a livelli diversi, uno fisico e l’altro psichico. La persona è eccitata nel fisico ed è appassionata dall’incontro. Eppure, i due livelli si richiamano e quello superiore è già annidato in quello inferiore.

Il sano godimento
La capacità di orgasmo non è mai un affare solo organico: è qualcosa di fisico, ma anche qualcosa che fa commuovere, desiderare, rasserenare. Non c’è dubbio che per averlo bisogna che il corpo funzioni. Ma non basta che il corpo funzioni per averlo. Ci vuole, in aggiunta, un immaginario fantastico, dei significati simbolici, dei desideri. E questi sono qualcosa di più e di diverso, non un semplice prodotto ormonale od organico. (La stessa cosa vale per la maturità in genere: non c’è dubbio che per essere umani abbiamo bisogno del cervello, ma le operazioni umane non sono riducibili a semplice materia cerebrale. Pensare, decidere, volere… non sono un semplice prodotto di attività biochimiche ed elettriche del cervello, anche se da queste sono nutrite e a volte deformate o distrutte).
Quando si “onora” in questo modo il corpo, si vive la sessualità con piacere, ossia con la gradevole sensazione di qualcosa che lascia intravedere un orizzonte che va oltre l’immediato. Il piacere, infatti, non è sinonimo di gratificazione. È qualcosa di più raffinato ed elaborato. Mentre la gratificazione scatta automaticamente non appena si attua un comportamento gradevole, il piacere, per scattare, va provocato e per provocarlo bisogna che quel comportamento sia commentato dall’intenzionalità di chi lo compie. Il piacere è ancora fare cose gradevoli, ma con in più la consapevolezza che facendo tali cose si vuole portare a compimento l’anelito al più che esse contengono. Per questo, azioni impulsive, immediate, finite in sé stesse appagano (tolgono lo sfizio), ma non fanno godere.
Un’azione è piacevole quando, oltre a ricercare il suo oggetto specifico, è vissuta anche come un piccolo mattone per l’elaborazione più generale della propria identità. In caso contrario, si ferma a gratificare ma non procede oltre a dare piacere.
Pensiamo, ad esempio, al piacere di vestirsi bene. È piacere o mera gratificazione? Se una ragazza si mette un certo vestito per fare colpo, sedurre, sentirsi accettata dagli altri, ha un’esperienza di gratificazione, cioè evita la frustrazione di sentirsi isolata; se invece lo indossa perché mette in risalto la sua identità femminile, esprime i suoi gusti, il suo modo di sentire avrà un’esperienza di piacere, cioè si sentirà in contatto con sé stessa. Educare al retto perseguimento e godimento di un valore fisico o pre-umano è già un’educazione morale e religiosa, e l’educazione alla corporeità è il primo passo per l’educazione alla moralità.
Contro ogni banalità
Il tema della sessualità è un facile campo di battaglia fra gli spiritualisti e i materialisti. Per i primi, la sessualità si gioca soltanto a livello di significati e di valori alti a scapito dei livelli più carnali considerati con sospetto, perché troppo triviali e poveri per essere veicolo di umanità, a meno che non vengano sublimati. Per i materialisti, al contrario, le espressioni “basse” sono già mediazioni di significati umani e spirituali per cui l’importante è esprimerle e lasciarsi andare là dove porta il cuore.
Non credo si debba scegliere fra i due partiti perché entrambi sono riduttivi: trascinano la verità ultima della sessualità dentro a uno o all’altro degli aspetti studiati, mentre può essere che la verità totale di essa non risieda in nessuno di quegli aspetti singolarmente presi, ma nella interconnessione di essi. I due partiti cadono nella settorialità di comprensione del dato sessuale che viene identificato all’aspetto che di esso di volta in volta è considerato.
Il nostro discorso di integrazione “sesso e persona” ricorda ai materialisti che lo spirituale da loro non considerato può invece essere la chiave di interpretazione ultima delle loro osservazioni. Come anche ricorda agli spiritualisti che il dato terroso da loro svilito è invece il luogo concreto dove si traduce e si rivela il dato spirituale da essi messo in risalto. In sintesi, un’educazione sessuale che si ferma alla sola descrizione di comportamenti sessuali, che però da un punto di vista antropologico sono irrilevanti, è mutilata, cieca e pressoché inutile, poiché lascia indeterminate alcune condizioni di quei fatti e dunque non dice ancora nulla della sessualità in quanto dotata di un fine e uno scopo.
Ma anche l’educazione al mistero della sessualità ricordato dall’antropologia cristiana rischierebbe di rimanere evocazione vuota, muta, senza risonanze affettive se non prende corpo in accadimenti concreti e sensibili, forse avvertiti da chi li compie come semplici fatti materiali, ma in realtà accadimenti nei quali si media e concretizza il mistero di chi, come l’essere umano, è, purtroppo o per fortuna, persona e non animale.

Alessandro Manenti

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GENITORI e GIOVANI,

questioni di fede

 

Da: http://www.sanpaolo.org/fa_oggi00/1299f_o/1299fo90.htm

Con lo zainetto pieno di valori

di Alessandro Manenti

(psicologo e psicoterapeuta)

C’è un modo di vivere la fede che allontana i giovani dalla pratica religiosa. Ma tra bigottismo e rifiuto si incunea un atteggiamento positivo che aiuta le persone nel viaggio della vita. Però i genitori devono rispettare i ritmi di maturazione dei figli
«La religione è una nevrosi collettiva e la nevrosi una religione privata». Ammesso anche (ma nell’odierno dibattito scientifico ciò non risulta così evidente) che Freud abbia veramente creduto a questa forte reciprocità fra religiosità e patologia, l’attuale psicoanalisi rivaluta il ruolo positivo della religione, sia per lo sviluppo armonico della personalità che per l’elaborazione di motivazioni forti per riconoscere e superare eventuali deragliamenti evolutivi, e considera l’affermazione di Freud non come un principio (è così), ma come un inconveniente di fatto (ci si riduce così).
Un ulteriore dato della ricerca psicologica sta emergendo sempre più chiaramente. La dimensione religiosa, intesa non riduttivamente come codice di norme, ma come chiave interpretativa dell’esistenza umana che informa su ciò che è veramente degno dell’uomo, è una struttura originaria dell’io. Come si è da tempo dimostrato che la persona umana è fin dalla nascita essere relazionale, affettivo, sociale, pensante, così appare sempre più evidente che è anche intrinsecamente religiosa e che tale dimensione dell’io è regolata da corrispondenti strutture e dinamiche psichiche come altrettante strutture e dinamiche regolano l’evolversi degli altri suoi ambiti. Allo stato attuale degli studi psicologici, non è dunque difficile sostenere che l’essere umano è interiorità credente e che tale affermazione è scientifica e oggettiva come lo è affermare che è mente pensante o cuore amante.
Questi due accenni alla teoria psicologica permettono di rispondere alla nostra domanda. Se la religiosità è una componente dell’io, ne segue che il suo riconoscimento e rispetto non possono che essere salutari per il benessere dello stesso. Quando, tuttavia, passiamo dal livello del come dovrebbe essere a quello del cosa di fatto può succedere, anche il modo di vivere la religiosità può contribuire alla formazione di uno stile scomposto di affrontare la vita o almeno ad avallarlo e benedirlo. Conosco un gruppo di famiglie convinte del ruolo positivo della religione che però traducono nel messaggio perentorio ai figli del tipo: «in casa nostra certe cose non si fanno e non si pensano neanche». Per anni hanno avuto il vantaggio di non ridursi con loro a contrattare la partecipazione alla messa o gli orari notturni di rientro a casa, ma oggi sono spaesati di fronte al ragionamento dei più grandi sul tipo: «si fa, ma non si dice». La religione rimane beffata.
Quali i fattori per un esito sbagliato dell’educazione religiosa? Ne accenno ad alcuni, suggeriti dal mio aiuto psicologico alle famiglie.
Motivazione culturale
È noto a tutti che i genitori non agiscono sui figli a vanvera o secondo l’umore del momento, ma guidati da un insieme prestabilito di principi orientativi a loro interni e che ritengono validi. Altrettanto noto è che (come la psicologia intersoggettiva avverte) l’attivazione, nella pratica, di questi principi dipende anche dal contesto culturale in cui la famiglia è immersa. Ne deriva, perciò, che gli interventi educativi dei genitori sono determinati sia dai loro principi interni, sia dal contesto che, variando, favorisce l’uno o l’altro di tali principi. Da aggiungere che l’assimilazione dei suggerimenti forniti dal contesto culturale può essere deliberata, ma anche inconscia o semideliberata, quando, cioè, seguo i suoi principi (trasmessi spesso in forma subliminale e indiretta) senza averli vagliati e, addirittura, quando vagliati non mi riconoscerei in essi e li rinnegherei. Insomma: agiamo secondo le nostre convinzioni ma anche seguendo quelle assorbite dall’esterno in modo ignaro.
Questa interazione fra convinzioni personali e influenze culturali può portare, per il nostro tema, alla perdita della serietà della religione, senza tuttavia negarne la validità.
Se vale il nostro discorso, dovremmo mandare il messaggio che la dimensione religiosa appartiene al livello che qualifica l’esistere umano, e dunque con Dio o senza Dio non è la stessa cosa per la vita dell’io. Ma, in tempi di pluralismo e tolleranza, dire così ci sembra esagerato, settario, intransigente. E allora, senza dirlo, diciamo che, sì, Dio è importante, ma si deve rispettare la scelta delle persone e che, dunque, è possibile elaborare correttamente un progetto completo di identità a prescindere dalla sua dimensione religiosa non riconosciuta, appunto, come elemento indispensabile per la vita dell’io. Ciò non vuol dire combattere la religione ma, più semplicemente, relegarla al livello di scelta d’opinione, a opzione più o meno arbitraria fatta da chi crede bene di farla, ma che si può anche non fare perché poco influente sulla qualità globale della vita dell’io.
La messa, che croce!
I nostri genitori di prima, alle emergenti difficoltà dei figli per andare a messa, hanno reagito così: «noi abbiamo fatto il nostro dovere, ora sta a loro». Io ho risposto che così facendo evitavano l’errore di imporre la religione, ma cadevano in quello più moderno di relegarla a scelta opzionale.
Il problema non è: “messa/non messa”, ma quello più importante di individuare gli elementi indispensabili per una vita sensata. Se l’adolescente rifiuta la messa non è perché la messa gli faccia problema. È che non vede a cosa gli serve andarci e farlo ancora gli suona come un attardarsi nell’infantilismo di ieri. Non ce l’ha con Dio, è che non capisce a cosa, adesso, gli possa servire. La differenza è importante: «Dio non mi interessa» vuol dire: «la mia vita può ancora includerlo?». Il problema non sono i contenuti di fede, ma la loro relazione con la situazione di vita attuale del ragazzo.
Ridare serietà alla religione vuol dire appunto che è anche nel confronto con essa che si mettono le basi per il bene-essere futuro. La vita è problema religioso per il semplice fatto che è vita. Non lo diventa in seconda battuta, quando e se la riflessione sul vivere viene prolungata fino alle sue estreme conseguenze.
Atteggiamenti patologici
La religiosità, staccata dalla vita, non necessariamente muore ma si patologizza. Può essere elaborata in modo del tutto creativo, non assoggettabile a nessun criterio di autenticazione. Può esserci, non esserci, esserci in versione emotiva, volontaristica, erotica, fondamentalista, qualcosa che serve per andare là dove ti porta il cuore, un fatto romantico, estetico o ludico da non prendere troppo alla lettera.
Ecco una forma “postmoderna” di patologia religiosa: un rapporto con Dio che non è sul sì, ma neanche sul no, un rapporto di convivenza sorniona dove può coesistere Gesù e l’Acquario, la saggezza del mondo e quella del Vangelo, senza bisogno di scegliere per l’una o per l’altra.
Un po’ come quella simpatica ragazza che non vedeva la contraddizione nel dire candidamente: «la domenica mattina, quando mi sveglio, lavo via l’odore del sabato notte dai capelli e poi vado in chiesa»; o quel vispo mercante che grida ai quattro venti che occorre il rinnovamento morale e contemporaneamente calcola gli utili economici che può ricavare se si prolunga la situazione di corruzione.
Penso che questo ermafroditismo religioso che rifiuta di specializzarsi sia ben più patologico e deleterio del vecchio ateismo o della indifferenza, perché, senza negarla, toglie alla fede il suo carattere tipicamente cristiano di sintesi fra “con tutto il cuore”, “con tutta la mente”, “con tutta l’anima”.
Eccesso d’amore
È naturale che un genitore voglia proteggere il figlio dagli errori che lo faranno soffrire. Ci sono sofferenze che è meglio evitare. Altre no. La vita si presenta sempre nel suo duplice polo di successo e sconfitta, vanto e colpa, dolcezza e violenza. Secondo un falso concetto di oblatività, i genitori possono ricorrere anche alla religione per preservare il figlio dall’inevitabile complessità della vita.
È il caso di un bambino di 6 anni che ogni sera non poteva addormentarsi per il timore di morire nel sonno. Educato dai genitori a essere solamente e sempre bravo, si era identificato con il polo positivo dell’esistenza umana, proiettando all’esterno di sé, nella figura minacciosa di non-io, l’altro polo più doloroso della vita quale, appunto, la morte, debolezza, fragilità, errore… I suoi saggi genitori ebbero l’avvertenza di riconoscere che gli avevano parlato troppo di santi e di virtù e che, da adesso, bisognava anche familiarizzarlo con gli aspetti “mortali” del vivere.
Più in generale, la religione, ridotta al solo aspetto romantico, può essere usata per non farci aprire gli occhi sulla realtà. Anziché aiutarci a rispettare tutta la nostra umanità, la usiamo per guarire dall’avere un’esistenza da umani e nutrire la fantasia fobica che la vita deve svolgersi in un regime di beatitudine non concesso agli umani.
Strumentalizzare la religione
Un altro rischio me lo ha segnalato una signora che, pur di tenere legato il figlio alla parrocchia, lei stessa si prestava a qualsiasi servizio nella stessa, nell’intento di fornire al figlio un ambiente sano. «Se faccio tanto a passare questi anni turbolenti dell’adolescenza e ad evitare che mio figlio vada con i balordi del quartiere, dopo ci penso io ad instradarlo». Infatti, passati gli anni turbolenti del liceo, a diploma in tasca e con la fortuna di aver trovato la ragazza giusta, la signora (e con lei il figlio) sparì dalla parrocchia.
È l’uso funzionale della religione: ci se ne serve quel tanto che basta per evitare la devianza. Ma quando essa chiede di assumerla come parametro per ordinare, collegare, mettere in connessione gerarchica i fini e le scelte di vita, allora la si lascia o la si relega nello sfondo dei principi ultimi che diventano così ultimi da non condizionare più la regia della vita.
Due piste pedagogiche
Vorrei concludere, in positivo, con due contributi. La maturità (di chi si pone con libertà e responsabilità verso la realtà) è certamente impedita da un super-io rigido, ma è altrettanto compromessa da un super-io poveramente affermato. Nel passato si sbagliava perché non si cercava di modificare il super-io in coscienza vera. Ora si sbaglia nel pretendere una coscienza vera, subito, senza le premesse di un super-io esigente. Dubito che si arrivi alla libertà senza essere passati attraverso la legge, o all’interesse personale senza passare per la via dell’obbligo. Il bambino impara per “introiezione” di modelli. Lasciato privo di “oggetti interni”, è in balia della sua soggettività senza poterla mai confrontare con una alterità.
L’adolescente impara per “introspezione”. Per passare dalla sottomissione alla convinzione, dall’obbedienza alla responsabilità, dovrà essere aiutato a valutare e giudicare tutto il materiale fin qui “introiettato” nel suo zainetto, rovesciarlo fuori, e rimettere dentro ciò che ritiene più valido per il viaggio della vita. Non basta, però, vedere ciò che lascia o riprende, ma anche i criteri del suo lasciare o prendere. Se qualche cosa rifiuta, almeno, prima, con esso deve averci fatto i conti, con una scelta di cui, guardandosi indietro, potrà dire: «l’ho voluta io». Diventerà adulto nella misura in cui saprà giustificare a se stesso il perché dei suoi “sì” e dei suoi “no”. Se fra i no ci mette anche Dio, su queste basi di onestà Dio gli riapparirà.

Alessandro Manenti

One response to this post.

  1. Posted by Pedro on 18 giugno 2011 at 23:45

    vorrei che mi spiegasse la differenza tra bene reale e apparente e le sue sfide per una vita vissuta su valori tracendentali e non di autoaffermazione. grazie Pedro

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