Storiche modifiche di “forma” della Chiesa

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Nel rito della Traditio (III secolo),
il vescovo è eletto, è scelto dal popolo (con modalità sconosciute),
tutti i presenti esprimono il loro consenso,
i vescovi impongono le mani sull’eletto,
tutti pregano in silenzio,

un vescovo dice la preghiera di ordinazione,

segue l’acclamazione del popolo.

 

Dal V secolo

i ministeri ecclesiastici iniziano a formare un ceto privilegiato e onorato;

 

il clero si distanzia sempre più dal popolo

e al posto della terminologia del servizio viene quella della dignità e del potere:

 

la comunità non è più interpellata nella designazione dei candidati.

 

Nel modello gallicano (a differenza di quello romano) c’è ancora la preghiera della comunità.

 

Nel modello romano-franco (X secolo) il popolo è sempre più solamente spettatore.

 

Alla fine del XIII secolo

è molto accentuata l’identificazione della Chiesa con la gerarchia.

 

Col rituale post-tridentino, il Pontificale Romanum del 1595,

cresce la separazione fra chierici e laici;

i primi entrano in uno stato particolare e privilegiato,

formano come una corporazione e i ministeri diventano poteri da esercitare.

 

Il momento liturgico esprime la trasmissione del potere spirituale(accipe potestatem);

le unzioni costituiscono una sacralizzazione della persona.

 

La ministerialità è identificata con la sacerdotalità e quindi con l’eucaristia ed il potere di rimettere i peccati.

Il consacrare è specifico del presbitero,

suo compito secondario è preparare il popolo a ricevere questo sacramento.

 

Si arriva a vedere il prete come uomo separato dagli altri, che si associa alla vittima del

sacrificio eucaristico.

Il Concilio Vaticano II

porta ad una nuova teologia dei ministeri che non può più armonizzarsi con il Pontificale del 1595.

 

Il ministero non è più definito in termini di dignità, rango, poteri, ma di servizio.

 

Nel quadro dell’ecclesiologia di comunione

i ministeri non sono concentrati nelle mani di pochi, sono complementari al sacerdozio comune; e sono servizio alla Chiesa radicata nella storia, entro il rapporto Chiesa-mondo.

 

È lo Spirito Santo il principio unificatore e santificatore dei ministeri,

è Lui che elegge, santifica e anima la missione:

ed è per questo che non possono mancare l’epiclesi e l’imposizione delle mani.

 

Il rito di ordinazione prevede la presentazione, con lo scopo di coinvolgere l’intera Chiesa radunata

per celebrare.

 

La richiesta infatti è fatta a nome della Chiesa locale e vuole manifestare una chiesa che riconosce i suoi ministri.

 

Oggi però vediamo che il vescovo viene ancora affibbiato alla chiesa locale

come uno sconosciuto funzionario,

come un prefetto,

e il popolo se lo deve prendere e zitto,

come la moglie si piglia il marito sconosciuto nelle società ultra-patriarcali.

Enrico Peyretti – 21 novembre 2013

http://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/Stampa201311/131121peyretti.pdf

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