Se fossi papa!

Pius XII

Pius XII

di Pietro Paoli, scrittore
in “La Croix” del 12 marzo 2011
(traduzione: http://www.finesettimana.org)

Ah, se fossi papa!

Sulla scia del “basterebbe far così” o “bisognerebbe far cosà”,
questa espressione ci è forse già venuta in mente o sulle labbra.
Si dà il caso che, in diverse occasioni, ho immaginato di fare l’esperienza di “essere papa”.

Che cosa si prova quando ci si ritrova, a seguito del voto dei cardinali e della scelta dello Spirito Santo, a capo della Chiesa cattolica?
All’interno, più di un miliardo di cattolici,
400000 preti,
5000 vescovi,
2000 anni di storia e la ricchezza incredibile della tradizione spirituale, intellettuale e culturale prodotta dal “fatto cristiano” nel corso dei secoli e attraverso i continenti.

E soprattutto, all’esterno,
cinque miliardi di esseri umani che non sono cattolici e nella stragrande maggioranza neanche cristiani,
ma per i quali il vangelo deve risuonare, perché l’annuncio è il primo compito della Chiesa, affidatole da Cristo stesso:
“Andate dunque, e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato.” (Matteo 28, 19-20)

Come non vacillare, piegarsi, lasciarsi schiacciare da un simile peso?
Certo, si può fare professione di umiltà e di indegnità:
“Sono qui per volontà del Signore, senza merito da parte mia, e mi rimetto in tutto a lui.”

Si può anche trovare conforto nella promessa di Gesù alla fine della citazione di Matteo:
“Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine dei tempi”.

Ma resta il fatto che ormai davanti a questa persona
ci si inchina e ci si inginocchia: “Santo Padre, Sua Santità…”

Certo, ogni giorno, in tutto il mondo, ad ogni messa che si celebra, si prega Dio per
“il tuo servo e nostro papa ‘N’”.

Ma ogni giorno arrivano anche, da ogni parte, domande, problemi, richieste di decisioni.
Come a qualsiasi capo di Stato o importante capo d’azienda, direte voi.

Ecco, appunto, non è così.

È proprio questo il problema.

Ovunque nel mondo, coloro che esercitano il potere lo fanno in un quadro preciso,
una forma costituzionale che regolamenta e limita il potere.

E se questa regolamentazione (controllo costituzionale, (contro)-potere legislativo e giuridico, limitazione del mandato nel tempo) non si effettua correttamente, in fine, parla la piazza.

Niente di tutto questo per un papa, che esercita il potere “per diritto divino”, senza dover render conto a chicchessia.

Parla “da maestro”, ex cathedra, urbi et orbi.
E dal 1870, dalla costituzione Pastor aeternus del concilio Vaticano I, la sua giurisdizione è universale,
in ogni luogo e in ogni tempo, e le sue dichiarazioni (in materie gravi, di fede e di costume), possono essere rivestite per sua decisione del carattere di infallibilità.

Sappiamo che questo si è instaurato in un tempo in cui si temeva il dominio sulla Chiesa dei poteri degli stati.

Ma oggi, centoquarant’anni dopo, si vedono le conseguenze di questo terribile accumulo di responsabilità sul capo di un uomo solo:
non si può più essere papa.

Certo, c’è un papa in questo momento in Vaticano,
ma appunto, lui, esemplarmente, e già un certo numero dei suoi predecessori prima di lui, non erano più veramente papi.
E questo mostra del resto la loro lucidità.

L’ultimo papa fu forse Pio XII, che, senza incertezze, incarnò l’assolutismo romano monarchico in una linea massimalista.
È lui del resto che continua a rimpiangere la tendenza integralista.
Quello sì, era un vero papa!

Giovanni XXIII fece eccezione;
basta leggere il suo diario per scoprire che si affidava totalmente a Dio.
Curato di campagna o papa, niente avrebbe potuto cambiare quell’uomo.
Del resto ha abitato con una sorta di indifferente semplicità i segni più ostentati del papato, tiara, pellicce e piume.

Dopo di lui, vediamo Paolo VI, uomo già moderno, essere anno dopo anno tormentato dal peso della funzione, oppresso dal dubbio, fino all’impotenza.

Giovanni Paolo II invece, affronta il problema in un altro modo, grandioso:
sarà il ruolo della sua vita, la “sua parte”!
E come Molière, vorrà morire sulla scena.
Non intendo esprimere qui un giudizio sulla fede dell’uomo, che è indiscutibile,
ma un’osservazione sul modo in cui egli risolse il problema di “essere papa”.

È Benedetto XVI che mostra la massima modernità.
Non intende affatto darsi anima e corpo alla funzione.
Joseph Ratzinger resta teologo, intellettuale di grande finezza, in una parola, uomo privato.
E, paradossalmente, lo manifesta in maniera pubblica, pubblicando ancora con il suo nome.

Chi potrà in futuro, senza turbamenti, sopportare di essere un monarca assoluto di diritto divino che non deve render conto a nessuno in questo mondo?

Bisognerebbe essere pazzi per osare.
Piuttosto che assumere il rischio della pazzia, prendiamo ora delle disposizioni per rendere più umana la funzione.

Nella nostra tradizione ci sono consuetudini che si chiamano collegialità e sinodalità, che basterebbe far (ri)vivere.

Traduzione di:
http://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/Stampa201103/110313paoli.pdf

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