Vivere come se Dio non esistesse, «etsi deus non daretur»

Vivere «etsi deus non daretur», come se Dio non esistesse:
è l’affermazione che qui ci interessa maggiormente,
in quanto si riallaccia alla discussione contemporanea.
Gian Enrico Rusconi l’ha utilizzata, in una sua personale interpretazione, in un testo che ha avuto vasta risonanza, per rispondere alla questione della laicità dello Stato democratico, o meglio alla sua ridefinizione.
Egli afferma che il confronto pubblico tra credenti e «laici», per non diventare conflitto lacerante e paralizzante, richiede che le parti in gioco rinuncino ad appellarsi a certezze filosofiche o a verità di fede.

«In questa ottica la laicità della democrazia coincide con lo spazio pubblico democratico entro cui tutti i cittadini, credenti e no, si scambiano i loro argomenti e attivano procedure consensuali di decisione,
senza chiedersi conto autoritativamente delle ragioni delle proprie verità di fede o dei propri convincimenti in generale.
Ciò che conta è la capacità di reciproca persuasione e la leale osservanza delle procedure»9.
Rusconi àncora il principio della laicità appunto al concetto di agire «etsi deus non daretur», inteso non come assunto ateistico, ma come postulato dell’autonomia razionale della persona, come regola d’azione nell’ambito politico.
Egli trova che questa sia la soluzione più soddisfacente per il credente, dal momento che essa prende sul serio la sua responsabilità, svincolandola dall’obbedienza incondizionata all’autorità di una Chiesa.
Pretendere che l’istituzione religiosa abbia le risposte a tutti i problemi umani, vorrebbe dire non tenere conto del mondo divenuto adulto. I dilemmi etici e politici della società contemporanea sono troppo complessi per poter essere risolti solo in forza dell’autorità e della tradizione. Spetta al singolo credente mediare la propria fede nelle situazioni contingenti.
Questo sarebbe l’esito della croce sulla quale Dio accetta di rendersi impotente e debole, lasciandosi scacciare dal mondo.


Questo è solo un estratto non rappresentativo dell’intera riflessione che viene svolta interamente in:

Studie e ricerche – giugno 2006

Fede e società in Bonhoeffer

Christian Albini
di «Aggiornamenti Sociali»

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3 responses to this post.

  1. Posted by Rita on 17 agosto 2009 at 12:45

    Vivere come Dio non ci fosse già é in atto da moltissimi.
    Dio se c’è non c’entra, dice Cornelio Fabro.
    Mi fa molto sorridere l’utopico teatrino pubblico dove chi si incontra dovrebbe dialogare sdoppiandosi, non dicendo alcune cose e dicendone altre che non direbbe…
    E se uno si sbaglia cosa fa? Dice pardon reset?
    La Chiesa non ha nella sua missione quella di rispondere e risolvere i problemi degli uomini, né Gesù venne per questo!
    La Chiesa sollecita ad un «retto atteggiamento» nei confronti di se stessi e dell’esistenza, richiama al realismo, ad agire in modo tale da ricordarsi come stiano effettivamente le cose. La Chiesa sola dice la parola definitiva, che Dio stesso ha voluto entrasse nella storia, sulla nostra personale struttura, sul destino nostro, sul destino comune dell’umanità. La Chiesa indica la posizione ottimale per l’affronto dei problemi umani. Se è vissuta la coscienza della dipendenza originale, che è la verità prima e suprema, tutti i problemi si situeranno in una condizione più facilitante la soluzione.
    La mia responsabilità, se sono cosciente, se sono libero, é a Cristo mia consistenza, mio criterio, mio riferimento, mia vita, mia speranza, vivo in quella Chiesa che vive del Suo Spirito di Risorto.
    E io non potrà MAI fare come se non ci fosse perché Egli è QUI ed OPERA!
    Per questo un cristiano non può testimoniare l’annuncio acquietandosi nella facile affermazione della sua fede: la religiosità autentica che Gesù ha portato nella storia umana, e che la sua Chiesa continua a proporci, è profondamente incidente sulla storia. Per essa il soggetto umano è posto di fronte ai problemi in un atteggiamento adeguato alla sua umanità e al suo destino. E in ciò egli è chiamato ad applicare la sua libertà, quindi il suo lavoro. Nella coscienza che il suo cammino è tentativo, e correggibile, e che la sua libertà è fragile e bisognosa di perdono, e che con questo è sempre in ripresa.

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  2. Posted by Giando on 8 gennaio 2010 at 14:53

    Non mi pare che la società italiana si basi nemeno lontanamente sul “etsi deus non daretur” di cui parliamo.
    Al contrario mi pare evidente l’influenza impropria ed arrogante di una religione che parla sempre più di etica e sempre meno di teologia.
    Il fatto che per qualcuno Gesù il Cristo abbia tanta importanza da essere un punto di riferimento, non può autorizzare nessuno ad imporre, sulla base di questa (irrazionale) fede, i suoi pincipi o ideali.
    Concordo con il fatto che, solo confrontandosi lealmente avendo preventivamente accantonato Dei e religioni varie, una società può evolversi civilmente.

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  3. Posted by lamberto on 8 novembre 2012 at 00:49

    mah…in fin dei conti, da non credente (e lo dico si con la idea che questo mi porti sul piano della razionalita non intesa come verita beninteso), sono piuttosto convinto che il chiedere a qualunque credente di partecipare a molte delle discussioni che si dovrebbero svolgere nello spazio pubblico ragionando come etsi deus non daretur sia come chiedergli di togliersi di mezzo…il credente é, nella maggior parte dei casi, inserito in una religione ufficale, cattolica o altro, piu o meno praticante che sia e gli é difficile, nella maggior parte dei casi, riuscire ad estraniarsi dal proprio schema mentale per poter partecipare a discussioni pubbliche etsi deus non daretur…normalmente il cristiano o credente che sia sente di avere dalla propria parte la veritá eterna incarnata nelle scritture e nel corpo del cristo e per nulla al mondo la metterebbe in discussione…se qualche volta ti riconosce spazio é per bon ton o per non perdere punti nella discussione ma gli riesce veramente difficile poter mettere davvero in discussione le proprie idee (anche perché, se no, con ogni probabilitá, non sarebbe credente). quindi parlare al credente rappresenta, nella maggior parte dei casi una perdita di tempo se l’argomento trattato esige che egli si estranei dalla sua fede..poi esistono le eccezioni, personalitá anche brillanti ma credenti, a volte che pure si riconoscono in una fede ufficiale, le chimere in natura esistono ma sono rare…per questo il mio discorso puó sembrare generico, perché é essendo generici che si tipificano le moltitudini.

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